Arlington, Virginia
La notte appena trascorsa era in cima alle classifiche delle notti peggiori della vita di Mercer. Dopo l’aggressione aveva passato quattro ore nel girone dantesco del pronto soccorso del DC General Hospital. Alla fine gli avevano appioppato un bendaggio adesivo sul taglio che aveva sulla guancia, un bicchierino di carta con due aspirine per il dolore e qualche colpetto al torace per verificare che non avesse qualche costola rotta. Per tutto il tempo due poliziotti in divisa lo avevano piantonato come se fosse stato il nemico pubblico numero uno.
Quando l’alba iniziò a tingere l’orizzonte a oriente fu dimesso dall’ospedale e portato alla stazione di polizia di Arlington per altre tre ore di domande inutili e ripetitive. Non c’erano dubbi sul fatto che lui fosse innocente e che non avesse commesso alcun reato, ma sembrava che i poliziotti avessero bisogno di raggiungere la loro quota giornaliera di vessazioni e Mercer aveva avuto la sfortuna di trovarsi lì al momento sbagliato. Gli venne concesso di andarsene, ma con il monito di non lasciare l’area di Washington e di comunicare qualsiasi movimento sospetto notasse nei dintorni.
Mentre saliva al bar del secondo piano di casa sua Mercer si tolse lo smoking. Avrebbe recuperato la giacca il giorno dopo, o anche l’anno dopo, non aveva importanza. Aveva un tremendo mal di testa e sentiva la bocca devastata come se un roditore peloso ci avesse passato la notte. Aveva gli occhi irritati e cerchiati di rosso. Quando era uscito dal bar di Tiny era ubriaco, e adesso si ritrovava con dei postumi devastanti e una stanchezza che gli era penetrata fin dentro le ossa.
Sapeva che l’aggressione della sera prima non era un episodio occasionale. Era stato attaccato esattamente come Jerry e John Small. Era sicuro che anche Howard Small fosse nel mirino e che molto probabilmente fosse già morto. E il filo conduttore era la Jenny IV.
Si chiese che cosa ci fosse a bordo del relitto che andava protetto al punto di uccidere delle persone. L’unico elemento che aveva era quel brandello di acciaio inossidabile con la scritta “roger”, e non era neanche sicuro che avesse un qualche significato.
In quel momento, con le due morti certe, una terza morte probabile e l’attentato alla sua vita, Mercer capì che la posta era diventata troppo alta per giocare da solo, e che aveva bisogno di aiuto. Tirò fuori dal vecchio frigorifero una Heineken e la aprì, si sedette al bancone del bar e afferrò il cordless. Chiamò un cellulare privato il cui numero era registrato solo nella sua rubrica mentale.
“Pronto?”
“Dick, sono Mercer.”
“Oh, cazzo. Cos’è successo stavolta?”
Dick Henna era il direttore dell’FBI e uno dei migliori amici di Mercer. Si erano conosciuti durante la crisi delle Hawaii e da allora avevano mantenuto un rapporto molto intimo. Mercer era sempre il benvenuto per cena a casa di Henna la cui moglie, Fay, era decisa a trovargli una donna.
“Che saluto incoraggiante” disse Mercer. “Comunque hai ragione, c’è in ballo qualcosa. Ieri sera sono stato assalito mentre tornavo dal bar di Tiny.”
“Oh Gesù. Stai bene?” Pur essendo tecnicamente un burocrate Henna non aveva mai perso la prontezza sviluppata in tanti anni di azioni sul campo.
“Sì, sto bene, qualche taglio e un po’ di lividi. Il tipo che mi ha aggredito è morto e credo si sia trattato di un omicidio mascherato da aggressione a scopo di rapina.”
“E cosa te lo fa pensare?” Non c’era mancanza di fiducia nella sua domanda, ma era pur sempre un poliziotto e non prendeva per vero niente che non fosse supportato da prove.
“Il ragazzo che ha tentato di uccidermi, Jamal Lincoln, era di Anacostia, il che significa che era a venti chilometri dal suo territorio di caccia. Tutte le auto parcheggiate nel quartiere avevano il tagliando per il parcheggio o erano comunque auto censite dalla polizia. Quindi deve essere arrivato con la metropolitana, ma mi ha attaccato dopo la mezzanotte e quindi non sarebbe potuto tornare a casa dopo l’aggressione. Doveva avere un complice che lo ha accompagnato e che poi è scappato quando ha visto che era andato tutto storto.”
“E quindi?”
“E dai Dick, non hai bisogno che sia io a dirti che le rapine vengono fatte sempre a un paio di chilometri dalla base dell’assalitore in una zona che conosce come le sue tasche. E i rapinatori di strada non lavorano in coppia, con il palo che aspetta in macchina. Sono sempre azioni mordi e fuggi verificando che la vittima non sia in condizione di lanciarsi all’inseguimento.”
“Può darsi che tu abbia ragione, ma ho parecchi dubbi. Magari era ad Arlington in visita a degli amici, aveva bisogno dei soldi per il taxi per tornare a casa e tu eri lo sportello bancomat più vicino.”
“Ti darei ragione, se non fosse che due persone con cui sono stato a pescare in Alaska la settimana scorsa sono state trovate morte ieri mattina, e sospetto che anche l’altro amico che era con noi sia morto. Ho cercato di chiamarlo varie volte, ma c’è sempre la segreteria.”
Sentendogli nominare l’Alaska Henna drizzò le orecchie. La crescente tensione che caratterizzava la zona in seguito all’apertura del Rifugio della Fauna Artica faceva sì che tutto ciò che accadeva in Alaska in quel periodo fosse considerato di primaria importanza. “Pensavo che stessi lavorando a una qualche macchina scavatrice o qualcosa del genere.”
“Infatti. Dopo la conclusione del progetto sono andato a pescare con il suo inventore, Howard Small, e i suoi due cugini.”
“E sono tutti morti?”
“Su Howard non ne ho la certezza, ma sono abbastanza sicuro. In realtà uno dei motivi per cui ti chiamo è per chiederti di mandare qualcuno a casa sua a Los Angeles a vedere se è mai rientrato dalla nostra gita.”
“Nessun problema. E cos’è che ti fa pensare di essere un possibile bersaglio?”
Mercer raccontò a Henna del ritrovamento della Jenny IV e del suo sospetto che alla sua distruzione avesse contribuito qualcosa di diverso dal fuoco. Gli raccontò di come i pesanti supporti degli argani per le reti fossero stati divelti e delle antenne radio spezzate alla base. Gli descrisse il frammento di acciaio che teneva in mano, facendogli un resoconto degno di un medico legale che fa un’autopsia.
“E secondo te chi è questo Roger?”
“Non ne ho idea. Ho fatto qualche telefonata al porto di origine, ma nessuno ha saputo collegare il nome a qualcuno che fosse legato alla barca. Il capitano del porto non si ricordava di nessun altro che fosse salito a bordo il giorno di quell’ultimo viaggio.”
“E qual è la tua idea?” Mercer percepì nella voce di Henna un interesse che non si aspettava. Evidentemente c’era davvero qualcosa in ballo.
“Non saprei. Qualcosa è esploso a bordo della Jenny IV dopo che era scoppiato l’incendio, e quel qualcosa ha spento le fiamme. Ma cosa abbia potuto esplodere senza sfasciare la barca, è un mistero. Vorrei chiederti di far esaminare questo frammento di acciaio ai tecnici del laboratorio di Quantico, per vedere se riescono a scoprire qualcosa. Sono diversi giorni che lo osservo e non mi è venuto in mente niente.”
“Mi sembra una buona idea. Ti mando un commesso a prenderlo oggi pomeriggio. Se fosse qualcun altro a chiedermelo gli darei del paranoico, ma ormai ti conosco, e so che i guai ti seguono ovunque come dei cagnolini ubbidienti. Cosa pensi di fare?”
“Io? Aspetto di sapere cosa riescono a scoprire i tuoi ragazzi in laboratorio e poi mi tolgo dalle palle. Non ho intenzione di farmi trovare la prossima volta che tenteranno di farmi fuori.”
“Senti, Mercer, sappiamo tutti e due che l’Alaska è l’argomento numero uno in tutto il paese in questo momento ed è per questo che sto prendendo la cosa molto sul serio. È possibile che il tuo amico in California stia benissimo, che si sia preso un altro paio di giorni di vacanza dopo la vostra gita e che la tua aggressione sia solo una coincidenza, ma fino a che non riuscirò a dimostrarlo, me ne occuperò con tutta l’attenzione possibile.”
“Ho ordini precisi del Presidente riguardo all’Alaska” continuò Henna: “Qualsiasi cosa, e intendo dire qualsiasi cosa, che possa essere ritenuta anche minimamente minacciosa, dovrà essere rasa al suolo, e non importa né quanti agenti ci vogliono né quanto costa. Vuole ricevere rapporti settimanali sulle attività dei gruppi ambientalisti che hanno stabilito delle basi operative a Valdez e ad Anchorage e copie delle lettere minatorie inviate alle compagnie petrolifere che hanno iniziato le operazioni nel Rifugio. Riceviamo una media di ottanta minacce a settimana e i miei agenti le stanno prendendo molto seriamente. È possibile che qualcuno di questi gruppi ce l’abbia con te? Da quanto ho capito, il progetto di cui ti stavi occupando aveva a che fare con la costruzione della seconda condotta Trans-Alaska Pipeline, giusto?”
“Sì, Howard Small collaborava con l’azienda costruttrice di TAP Two. Il suo ultimo test di perforazione, in una montagna a dieci miglia a nord di Valdez, corre parallelo alla vecchia condotta e verrà utilizzato per la costruzione di quella nuova. La mini-talpa ha fatto risparmiare quasi dieci settimane di esplosioni e movimentazioni di terra” rispose Mercer, sapendo dove Henna voleva andare a parare, “ma la sicurezza era piuttosto serrata e solo poche persone erano al corrente di cosa stavamo facendo. E comunque questo non spiegherebbe l’uccisione del cugino di Howard e di suo figlio. Ammetto che le mie sono prove indiziarie, ma se fosse vero, vorrebbe dire che effettivamente sta succedendo qualcosa che è sfuggito ai tuoi agenti.”
“Se succede qualcosa alla nuova condotta o alle squadre che lavorano nel Rifugio sono io che ci rimetto le chiappe” disse Henna. Mercer sapeva che il suo amico era inchiodato. “Le prove indiziarie notoriamente non contano un cazzo. Senti, vuoi che ti proteggiamo? Potrebbe volerci qualche giorno per analizzare quel pezzo di ferro.”
Mercer ci pensò per un istante e poi accettò. “Non sono un eroe. Mandami un intero plotone, se vuoi. Più siamo e meglio stiamo.”
“Ti assegno un agente fino a quando non avrai lasciato la città. Dobbiamo arrivare in fondo a questa storia e speriamo che quel campione ci dica qualcosa di più. Ti chiamo appena avrò avuto notizie di Howard Small dai miei uomini di Los Angeles e farò in modo di avere una risposta dal laboratorio lunedì mattina.”
Prima di riattaccare Mercer gli diede il numero di telefono e l’indirizzo di Howard Small. Prosciugò quello che restava della sua Heineken e pensò che forse ce ne voleva un’altra per farsi passare il mal di testa, ma in realtà quello di cui aveva bisogno era una lunga doccia calda seguita da almeno otto ore di sonno.
Prima di infilarsi in camera da letto, tirò fuori il baule chiuso a chiave che teneva in fondo all’armadio dell’ufficio. Lo aprì e recuperò una Beretta da nove millimetri e una fondina da spalla nera. Era un’arma dell’esercito degli Stati Uniti, un regalo di Dick Henna che doveva rimpiazzare quella che Mercer aveva perso alle Hawaii l’anno prima. Henna gli aveva anche dato una licenza per poter portare l’arma con sé, ovunque negli Stati Uniti tranne che sugli aerei di linea. Chiuse il baule sistemando la pistola e un caricatore di scorta sotto l’ascella. Era la prima volta che sentiva il bisogno di farlo da quando Henna gliel’aveva data, ed era una presenza decisamente rassicurante.
Aveva finito di farsi la doccia da dieci minuti quando arrivò il corriere a ritirare il pezzo di metallo. I lividi sparsi sul suo corpo erano delle chiazze viola e porpora. Ignorando il letto, Mercer si era seduto al bar e stava contemplando quel misterioso frammento. Il corriere arrivò insieme all’agente che avrebbe montato il primo turno di guardia alla sua casa. Dopo aver consegnato la targa al fattorino ed essersi accordato con la guardia, Mercer sprofondò in un sonno profondo.
Dopo due ore Dick Henna lo chiamò.
“Mi dispiace di dover essere io a dirtelo, ma pare che Howard Small sia morto. Un vicino che doveva dare un’occhiata alla casa in sua assenza ha detto di non aver più visto Howard dopo che era partito per l’Alaska. In casa non c’erano bagagli e sulla segreteria era registrata una dozzina di messaggi. Da un esame più accurato si è visto che sul pavimento c’era il foro di un proiettile e che sulla moquette c’erano tracce di sangue compatibili con il sangue di Howard, mentre nello scarico del lavello c’erano i resti di un gatto. La casa è stata ripulita da professionisti: niente impronte, niente segni di pneumatici. Solo il sangue, il proiettile e il gatto.”
“E allora non è una coincidenza. Qualcuno ci sta dando la caccia.” Dalla voce si sentiva che era infuriato, ma non sapeva con chi.
“Stammi a sentire. Il pezzo di ferro è appena arrivato a Quantico e il dottor Goetchell ha detto che domani in tarda mattinata avrà un resoconto preliminare dell’esame. Appena me lo manda ti faccio sapere cosa c’è scritto e poi voglio che tu scompaia.”
“Non preoccuparti di me, diventerò come l’uomo invisibile.”
Poco dopo le sei Mercer venne svegliato di nuovo. Stavolta era il rumore di qualcuno che bussava a strapparlo dall’oblio. Il lucernario sopra il letto era un quadrato quasi buio e da cui si intravedevano nuvole gonfie di pioggia. Si infilò un paio di jeans e una maglietta e si precipitò giù per le scale. Le contusioni si facevano sentire e si muoveva rigido come un vecchio, trascinando lentamente i piedi. Guardò attraverso lo spioncino e vide l’agente speciale Mike Peters in piedi vicino a qualcuno che pensava che non avrebbe rivisto mai più. Spalancò la porta con un sorriso stanco.
“Mi dispiace disturbarla, signore, ma questa donna ha insistito che dovevo avvisarla che lei era qui.”
Aggie Johnston era bellissima dentro un vestito di alta sartoria, ma con quel paio di jeans, la maglietta bianca e i capelli nascosti sotto il cappellino da baseball era assolutamente incantevole. Il suo viso aveva la freschezza di una liceale, non fosse stato per un velo di rossetto sulle labbra imbronciate che tradiva la sua sensualità dissimulata.
“Continui a sorprendermi” disse Mercer catturando i suoi occhi verdi.
“Ti ho portato la cena.” Teneva in mano un sacchetto di plastica ricoperto di disegni di dragoni e ideogrammi cinesi. “Ma quando sono arrivata qui questo tizio mi ha palpata. Che sta succedendo?” Si bloccò quando vide il cerotto sulla guancia di Mercer, e la sua voce si fece più dolce. “Oddio, cosa ti è successo?”
Mercer si rivolse all’agente Peters: “L’hai perquisita?”
L’agente rispose imbarazzato: “Dovevo essere sicuro che non fosse armata.”
“Che ragazzo fortunato. Se ci avessi provato io mi avrebbe smontato un pezzo alla volta.”
“Mercer, cosa ti è successo?”Aggie era impaziente di sapere.
“Puoi anche entrare, così te lo racconto.”
Si spostò di lato per far entrare Aggie, strizzando l’occhio a Peters mentre lei varcava la soglia.
“Non mi aspettavo una casa del genere” disse Aggie alzando lo sguardo nel grande atrio. “È fantastica.”
“Grazie. Vieni di sopra, ti preparo qualcosa da bere.” La seguì sulla scala, con gli occhi inchiodati all’altezza del suo sedere, mentre lei saliva gli scalini con passi lunghi e aggraziati.
Si fermò davanti alla biblioteca, scorrendo i titoli dei libri e sfiorando con le dita uno dei ventotto volumi dell’Encyclopédie Méthodique di Denis Diderot. Guardò gli scaffali con l’attenzione estatica di un autentico bibliofilo. Molti dei libri della collezione di Mercer erano prime edizioni di grandi opere di geologia e mineralogia. Lei si avvicinò a uno scaffale e prese La Terra in bilico di Al Gore. “Da te questo non me lo sarei mai aspettato” disse prendendolo in giro.
“È un regalo” si difese prontamente Mercer. “Giuro davanti a Dio che non l’ho mai letto.”
Al banco del bar, Aggie passò la mano sul piano in mogano massiccio e osservò le delicate finiture in legno della stanza. “Questo invece è peggio di quello che mi aspettavo. Maschilista, arrogante e dedito all’alcool.”
“Tuo padre deve avere di me un’opinione migliore di quanto pensassi per farmi una recensione così idilliaca. Immagino che ti abbia detto lui dove potevi trovarmi.”
“A dire il vero ho sbirciato il tuo indirizzo nella sua rubrica.” Aggie appoggiò il sacchetto sul bancone e si sedette su uno sgabello, con una gamba piegata e il piede appoggiato sul sedile, offrendo involontariamente un’eccitante scorcio sulla piega dei jeans nel punto in cui le sue cosce si congiungevano. Mercer si sforzò di spostare lo sguardo altrove. “L’analisi della tua personalità è tutta farina del mio sacco. E adesso mi vuoi raccontare perché zoppichi e hai un cerotto in faccia?”
Lo aveva preso in giro dal momento in cui era entrata in casa, ma in quella richiesta c’era una sincera preoccupazione che cancellò ogni traccia di sarcasmo.
Mercer si infilò dietro il bancone per prepararle qualcosa da bere, anche se in realtà lo fece per mettere un po’ di distanza tra loro due. Sperava che la barriera fisica del bar lo avrebbe aiutato a crearne una psicologica. Con la vita caotica che si ritrovava, l’ultima cosa che voleva era soccombere alla crescente attrazione che provava verso di lei.
“Ti va del vino bianco?” le chiese, prendendo una bottiglia dal frigorifero.
“Mi andrebbe uno Stinger.”
Mercer sollevò un sopracciglio in segno di approvazione e prese il brandy e la crema di menta. “Dopo che ti ho accompagnata a casa ieri sera sono passato dal bar per la mazzata finale.”
Mise il bicchiere con il cocktail davanti a lei e versò una buona dose di brandy per sé. Sul banco c’era un portacenere precedentemente usato da Harry White e lei lo considerò come un sottinteso permesso di fumare. Lasciò il pacchetto di sigarette e il Dunhill d’oro accanto al bicchiere.
“Dopo un paio d’ore me ne sono andato, ed ero piuttosto sbronzo. Mentre tornavo a casa a piedi un tizio mi ha assalito e come puoi vedere mi ha sistemato per le feste.” Mercer sfiorò il cerotto che aveva sulla guancia. “Questo è stato il calcio di una pistola.”
“Oddio!” esclamò Aggie. “E poi? Come hai fatto a scappare?”
“Non sono scappato. L’ho ucciso.” Mercer si aspettava una reazione inorridita, ma poi si ricordò che lei era la figlia di Max Johnston. Per scuoterla ci voleva ben di più della morte di un criminale. “Dal bar mi ero portato via due birre e gliele ho spaccate sulla testa. Mi ricordo solo che gli ho conficcato nella giugulare il collo scheggiato di una delle due bottiglie. Poi sono svenuto e mi sono svegliato all’ospedale, con un’infermiera che mi ripuliva il sangue dalla faccia.”
Aggie rimase in silenzio. Non era il genere di storia che richiede una risposta consolatoria immediata e piena di falsa emotività. Gli chiese: “Ti fa male?”
“Solo quando rido” disse Mercer sorridendo. “A dire il vero la cosa peggiore sono stati i postumi di quella sbornia devastante che mi hanno fatto stare male fino a stamattina.”
“Ma se è stato solo un tentativo di rapina, mi spieghi perché davanti alla tua porta c’è un agente dell’FBI che mette le mani addosso a tutti i tuoi ospiti?”
“Giuro che non sapevo che lo avrebbe fatto, e comunque mi sta facendo un favore. Ho pensato che forse ci poteva essere qualcun altro e sono andato in paranoia all’idea di una possibile vendetta.”
Mercer mescolò abilmente la realtà e la fantasia per rendere credibile la sua storia, ma aveva di nuovo sottovalutato Aggie.
“A mio padre sei sempre piaciuto e sapeva che mi ero presa una cotta per te, perciò quando sentiva qualche notizia sulla tua carriera me la raccontava e mi prendeva in giro. Il tuo fidanzato ha fatto questo, il tuo fidanzato ha fatto quello.” L’imitazione di suo padre era squisitamente irriverente e auto-ironica. “Quando ero piccola si vedeva lontano un miglio che ero cotta. Mi aveva raccontato della tua missione prima della guerra del Golfo, quando hai accompagnato il commando in Iraq per verificare le risorse di uranio del paese.
“E mi ha detto che al mondo ci sono persone che per quanto ci provino non riescono a rimanere fuori dai guai, e che tu sei uno di loro. So perfettamente che tu non pensi che si sia trattato di un tentativo di rapina e so che tu sai che lo so anch’io. Perciò tieniti la tua storiella e me la tengo anch’io, ma la prossima volta che c’è qualcosa che non vuoi raccontarmi, dimmelo e basta. Affare fatto?”
Mercer fu molto contento di sentire che ci sarebbe stata una prossima volta. A dire il vero era molto contento che lei fosse lì, e le chiese perché fosse venuta.
Lei si accese un’altra sigaretta, più per nervosismo che per una reale dipendenza dalla nicotina. Parlò tenendo gli occhi bassi. “Ieri sera ti ho detto cose che non avrei dovuto tirare fuori, ti ho buttato addosso tutti gli scheletri del mio armadio. Mi sento un po’ in imbarazzo.”
Si capiva che non era un tipo facile alle scuse. Il suo timido sorriso da folletto lasciò scoperti i denti bianchissimi e le increspò la pelle agli angoli degli occhi. Alzò lo sguardo, e i due smeraldi sembravano implorarlo, era totalmente indifesa, era come se fosse nuda. Poi rise, stemperando l’improvvisa tensione che si era creata. “Il fatto che io sia qui a chiederti scusa non significa che quello che fai per guadagnarti da vivere non mi faccia schifo.”
“Ti prometto che per distruggere il pianeta aspetterò che tu te ne sia andata.”
Consumarono la cena cinese e chiacchierarono per ore. Evitarono accuratamente di parlare di loro stessi, condividendo tacitamente la percezione che era già stato detto troppo la sera prima. Nonostante avessero punti di vista opposti, erano persone ben informate e molto intelligenti, e anche quando la loro amichevole conversazione si trasformava in una discussione, entrambi si divertivano come pazzi. Alle nove e mezza erano seduti sul divano di pelle e i loro corpi erano così vicini che quasi si toccavano. Poco prima delle dieci, Aggie fece la prima mossa e gli prese la mano. In quell’istante Mercer stava parlando e la voce gli si inceppò. Si fermo a guardarla. Gli occhi erano diventati chiari come specchi e le pupille erano dilatate e grandi il doppio del normale. Le labbra sembravano invitarlo. Mercer lesse la sua espressione, le prese la testa tra le mani e la sollevò leggermente, in modo che le loro labbra arrivassero a incontrarsi.
In quell’istante la voce gracchiante di Harry White risuonò nell’atrio.
“Hey Mercer, sei in casa? Pensavo che fossi da Tiny a vedere la partita.”
L’incantesimo svanì.
Lui si discostò immediatamente. Se non lo avesse fatto non sarebbe riuscito a trattenersi. “Harry” mugugnò “sei di un tempismo fenomenale.”
“Tempismo? Non sono io quello che ha scommesso venti dollari sugli Steelers e non è neanche venuto a vedere la partita!” La voce di Harry aumentava di volume mentre saliva la scala con il suo passo zoppicante.
La situazione fece improvvisamente sobbalzare Mercer. “Harry, come diavolo sei entrato?”
“Con la chiave che mi hai dato cinque anni fa. Sei scemo?”
“Al riparo, presto! Aggie, infilati dietro il banco del bar e sta’ giù!”
Se Harry era entrato senza incontrare Peters voleva dire che era successo qualcosa all’agente dell’FBI. Mercer si precipitò fuori dal bar e salì di corsa la scala sul retro che portava in camera da letto. La luce che entrava dal balcone era sufficiente per vedere la sagoma della Beretta dove l’aveva lasciata quando era andato a dormire nel pomeriggio. Si tuffò di pesò sul letto per raggiungerla sull’altro lato. Non appena riuscì ad afferrarla, il lucernario sul soffitto esplose sotto i colpi di un’arma automatica e i proiettili squarciarono il piumone in un turbinio di piume, vetri rotti e bossoli.
Mercer rotolò di lato e cadde sul pavimento mentre afferrava la pistola. Atterrò di schiena con le gambe ancora sul letto puntando l’arma verso il soffitto. In una frazione di secondo tolse la sicura e premette il grilletto, scaricando il caricatore alla massima velocità garantita dal fabbricante.
Balzò in piedi mentre il corpo senza vita dell’assassino cadeva dal lucernario con un tonfo così violento che sfasciò il letto precipitando sul pavimento schizzando di sangue le coperte. Mercer estrasse il caricatore vuoto e ne infilò uno nuovo con un gesto fulmineo ed esperto.
L’adrenalina gli ribolliva nelle vene come lo champagne quando viene agitato, affinandogli i sensi. Se Harry era entrato senza che Mike Peters lo fermasse, era lecito supporre che l’agente era morto e che almeno uno degli assalitori era in casa, al piano terra. Si augurava solo che l’uomo sul tetto fosse l’unica copertura per chiunque si trovava di sotto.
Ora che l’uomo di copertura era morto in un modo così spettacolare, Mercer non aveva idea di cosa avrebbe fatto il suo complice. C’era la possibilità che scappasse, ma non lo riteneva probabile. Era il secondo attentato alla sua vita nell’arco di ventiquattro ore, c’era qualcuno che voleva che morisse subito e a qualsiasi costo. Siccome conosceva la casa molto meglio dei suoi nemici, l’unica possibilità che aveva era quella di passare all’attacco. Ma doveva anche pensare a Aggie e Harry.
In un balzo raggiunse il balcone sporgendo la testa al di sopra della ringhiera per controllare che l’ingresso fosse libero, quindi sparò contro il pavimento di marmo generando una nuvola di scintille simili a un fuoco d’artificio. Schizzò dal terrazzino, riattraversò la camera da letto e fu di nuovo sulla scala di servizio. Chiunque ci fosse là sotto, avrebbe immaginato che gli spari erano un fuoco di copertura per qualcuno che scendeva dall’ampia scala a chiocciola sul davanti, e decise di aggirarlo anziché affrontarlo direttamente.
La stretta scala sul retro era vuota, e Mercer scese circospetto con la pistola in pugno e il dito a pochi millimetri dal grilletto, pronto a fare fuoco. Le porte delle due camere degli ospiti erano chiuse. Mercer pensò che il suo avversario non aveva avuto il tempo di preparare un agguato in quel punto, quindi ignorò le porte e proseguì. Il bar era un po’ più lontano, lungo il corridoio, e doveva decidere se tenere una posizione difensiva per proteggere Aggie e Harry o se rimanere all’attacco. La risposta arrivò da sola.
“Vieni fuori o ammazzo tuo padre!” La voce era gonfia di rabbia e perentoria.
‘La biblioteca’ pensò Mercer. ‘Quel tizio tiene Harry in biblioteca ed è convinto che sia mio padre.’
Si precipitò giù per la scala di servizio con i piedi nudi che sfioravano appena i gradini. Attraversò in un lampo il corridoio che divideva la cucina dalla sala del biliardo e uscì nell’atrio, senza fare il minimo rumore, ma sapeva di essere comunque troppo lento.
L’aggressore gli avrebbe concesso qualche secondo per rispondere, ma lui ci stava già mettendo troppo tempo. Arrivò all’ampia scala a chiocciola e iniziò a salire, tenendo la pistola in pugno davanti a sé. Poco sotto al secondo piano si appese alla balaustra in legno rimanendo sospeso a tre metri sopra l’atrio, e continuò a salire cercando l’appoggio per i piedi sul bordo esterno in legno di quercia.
Si sollevò per sbirciare all’interno della biblioteca. Se si fosse trovato nel mezzo tra i due corrimano quel movimento, per quanto rapido, gli sarebbe costato la vita.
Il criminale si era piazzato nell’angolo di congiunzione tra due librerie, con la schiena appoggiata alla parete, e teneva Harry davanti a sé a fargli da scudo umano. Il movimento della testa di Mercer che sbucava dal corrimano attirò la sua attenzione e l’uomo sparò, mancando Mercer di parecchio. Se fosse stato sulla scala lo avrebbe fatto secco. Mercer ebbe solo una frazione di secondo per reagire perché il colpo successivo avrebbe sicuramente azzerato il suo vantaggio strategico.
Si tuffò dalla scala spingendosi verso i montanti verticali della balaustra che stava davanti alla biblioteca, con il corpo proteso nel vuoto. Afferrò con una mano il robusto sostegno di rovere mentre l’inerzia del salto lo spinse così forte in avanti che gli sembrò che gli si staccasse il braccio. La canna della pistola sbucò al di sopra del pavimento della biblioteca. Sparò, e il colpo raggiunse Harry White proprio sotto il ginocchio. All’impatto con il proiettile la gamba si piegò su se stessa e Harry cadde tirandosi dietro l’assalitore. Mercer si aggrappò a un altro montante con la mano destra, afferrandolo disperatamente e cercando di non mollare la presa sulla Beretta. Strisciò lungo la ringhiera mentre l’assassino si liberava di Harry, paralizzato dallo shock, ignorando la pozza di sangue che si stava formando sotto i loro corpi. L’uomo si riprese con un decimo di secondo di anticipo su Mercer, sollevando l’arma e puntandola lateralmente. Mercer sparò un altro colpo che esplose con il fragore di un tuono.
Una corrente caustica gli attraversò la spalla mentre un proiettile lo colpiva di striscio tracciando un solco di fuoco nella carne. La violenza del colpo lo scaraventò all’indietro contro il corrimano, fracassò tre paletti e piombò sul marmo del piano inferiore. Quasi accecato dal dolore si accorse che aveva colpito l’avversario in pieno petto e che il proiettile da 115 grani lo aveva fatto balzare all’indietro come una marionetta a cui vengono strattonati i fili.
Il corpo atterrò nel bar e rimase sul pavimento, in una postura innaturale tipica della morte. L’urlo stridulo di Aggie tagliò l’aria come una sirena che squarcia l’aria e poi tace lasciando il posto al terrore. Mercer la ignorò: era un grido di paura, non di dolore. Harry giaceva immobile sul pavimento con il volto pallido e ceruleo. A carponi, Mercer si avvicinò al suo vecchio amico mentre il sangue che sgorgava dalla ferita sulla spalla inzuppava la moquette beige. Temette di averlo colpito alla gamba sbagliata.
“Brutto figlio di puttana” gli disse Harry brandendo i resti della sua protesi, con la plastica rosa sbrindellata dal proiettile che l’aveva passata da parte a parte.
“Hai un’idea di quanto costa questa cazzo di protesi?”
Sollevato, Mercer si abbandonò sul pavimento con la faccia appoggiata contro la spessa moquette, mentre il tasso di adrenalina diminuiva come gli effetti dell’alcool dopo una sbornia. “Mandami la fattura” disse rantolando.
“Mercer!” strillò Aggie e il terrore del suo viso lo scosse come una scarica elettrica.
L’assassino si stava faticosamente alzando in piedi e teneva la pistola puntata in direzione di Aggie che si era rannicchiata contro il bancone del bar. Gli si era formata una macchia violacea sulla coscia, probabilmente nel punto in cui il primo colpo sparato da Mercer lo aveva beccato dopo essere passato attraverso la gamba artificiale di Harry. Ansimava rumorosamente per prendere fiato dopo che il secondo proiettile glielo aveva mozzato quando aveva colpito il suo giubbotto di kevlar. Mercer emise un ruggito e gli si avventò contro, con gli occhi grigi pieni di furia omicida.
L’uomo si voltò verso il rumore, spostando la mira da Aggie a Mercer disegnando un arco nell’aria. Mercer ignorò la pistola puntata contro di lui, e in un balzo fu addosso al killer, colpendolo al petto con la spalla ferita. Entrambi finirono contro la parete dietro il bar mandando in frantumi parecchi bicchieri. Mercer approfittò del suo vantaggio per puntare la pistola verso l’addome dell’avversario proprio sotto il giubbotto antiproiettile che gli aveva appena salvato la vita. Premette con tutta la sua forza e percepì la resistenza dei muscoli. Spinse ancora, quasi lacerando la pelle, per poi inclinare la canna della pistola e sparare quattro colpi dritto nella cassa toracica, riducendo gli organi interni a una poltiglia sanguinolenta che esplose attraverso la schiena dell’uomo imbrattando il rivestimento della parete dietro di lui.
Mercer indietreggiò barcollando, lasciando cadere a terra il cadavere, con la mano coperta del sangue dell’assalitore. Si voltò. Aggie era di nuovo in piedi, sebbene visibilmente scossa. Si aggrappò al bordo del bancone, con le nocche bianche per la forza della presa. Fissava il corpo con un misto di paura e di repulsione, e continuò a fissarlo anche mentre attraversava la stanza e si buttava tra le braccia di Mercer. Lui gemette quando la mano di lei gli scivolò sulla spalla, premendo la ferita e facendolo sanguinare ancora di più. Si accasciò sul pavimento tirandosi dietro anche lei, che gli aveva messo le braccia al collo e non distoglieva lo sguardo dal cadavere riverso a pochi passi da loro.
“Quello è… Quello è…” balbettò senza riuscire a concludere la frase.
“Cosa c’è?” chiese Mercer ansimando, con il cuore che batteva all’impazzata e le mani che cominciavano in quel momento a tremare per la paura che fino ad allora era riuscito a ignorare.
Aggie si sforzò di distogliere lo sguardo dal cadavere e si accorse della ferita di Mercer. “Ti ha sparato.”
“Sto bene. Il proiettile mi ha preso di striscio.” Mentre parlava, tolse con delicatezza il braccio di lei dalla sua spalla.
“Cristo” lo rimproverò Harry entrando nel bar. “Ho appena perso una gamba e tu finisci subito sul pavimento con una donna tra le braccia.”
Aggie sussultò quando vide da dove proveniva la voce. Harry si appoggiò allo stipite della porta tra il bar e la biblioteca, stando su una gamba sola, con il pantalone della gamba mutilata vuoto e penzolante. Teneva la gamba staccata come se fosse un fucile puntato. Mercer non poté fare a meno di ridere vedendo quella scena demenziale.
“Sembri un contenuto speciale di qualche scadente film horror: ‘La notte delle gambe mozzate’.”
“Vaffanculo!” grugnì Harry. “Che cazzo è successo e chi cazzo è quella lì?” Puntò la gamba in direzione di Aggie con tono accusatorio.
“È successo che per la seconda volta in ventiquattro ore qualcuno ha cercato di uccidermi e questa è la figlia di Max Johnston. Aggie, questo individuo patetico è Harry White, il mio più vecchio amico in senso cronologico e l’uomo al quale entrambi dobbiamo la vita. Harry, se tu non ti fossi intrufolato in casa, quei due ci avrebbero beccati in mutande”. Mercer si rese conto della gaffe e aggiunse in fretta “in senso figurato, naturalmente.”
Aggie fece un timido saluto con la mano e accennò un sorriso. Harry colse la direzione del suo sguardo e abbassò la protesi. “Non farci caso, l’ho persa da così tanto tempo che non so più cosa si prova ad avere due gambe.”
Attraversò la stanza saltellando appoggiandosi ai mobili a ogni passo fino a sistemarsi al bar, incastrando la gamba staccata alla barra poggiapiedi come un ombrello.
“Mi prepari qualcosa da bere o devo fare tutto da solo?”
La sua imperturbabilità fece alzare Mercer. Quella era l’unica cosa per cui Mercer non poteva fare a meno di Harry: la sua capacità di ridimensionare qualsiasi situazione e calarla in un contesto che non alterasse in nessun modo il ritmo della sua vita.
“Buona idea.” Mercer prese un po’ di tovagliette da bar e le stese sul cadavere, quindi preparò un Jack Daniel’s con Ginger ale per Harry e versò una dose abbondante di brandy per sé. Sicuramente era un anestetico più efficace delle pillole che gli avrebbero dato all’ospedale. “Aggie, vuoi un altro Stinger? Forse ti farebbe bene.”
Aggie diede un’occhiata al cadavere prima di rispondere. “No, devo andarmene da qui. Subito.” Lo disse con un impellenza che sconcertò Mercer.
“Va tutto bene” grugnì Harry, “non può farti più niente.”
“Non è per quello.” Aggie si alzò di scatto e si avviò verso la porta.
Mercer la seguì e la raggiunse in cima alla scala. “Stai bene?”
Era comprensibile che lei volesse mettere quanta più distanza era possibile tra sé e quella scena orripilante e intrisa di violenza, ma Mercer era sicuro che dietro quella reazione c’era qualcos’altro. Aveva affrontato un numero sufficiente di conflitti sanguinosi da saper riconoscere le reazioni delle persone, soprattutto quelle dei testimoni diretti di sparatorie fatali, quindi per lui era evidente che lei stava fuggendo per un altro motivo, per qualcosa che non c’entrava con quello che era appena successo. La cinse con le braccia.
“Che succede?” L’apprensione rese più dolce la sua voce che divenne quasi un sussurro.
“Non posso stare qui” rispose lei, sciogliendosi dall’abbraccio. “Non posso farmi trovare qui quando arriverà la polizia.”
Corse via sbattendo la porta, un gesto risoluto e conclusivo che faceva più male della ferita alla spalla.